
Mentre tanti studenti ideologizzati, vicini ai sindacati e ai centri sociali, protestavano in piazza e bloccavano la vita di migliaia di cittadini, la Camera dei Deputati ha approvato la riforma dell’Università proposta dal Governo Berlusconi. Una riforma che mette in atto la rivoluzione del merito, più volte rilanciata dal nostro movimento giovanile, e che raccoglie le battaglie storiche della destra universitaria.
Nei giorni scorsi abbiamo assistito a manifestazioni studentesche volute principalmente dai “baroni” delle università e dai movimenti di sinistra. Tra i manifestanti c’erano anche studenti in buona fede che soffrono realmente un disagio per com’è ridotta l’Università italiana, ma la loro presenza era nettamente minoritaria. I cori in favore delle foibe, nelle quali furono massacrati migliaia di italiani, scanditi a Firenze dai sedicenti studenti scesi in piazza, dimostrano che la mobilitazione era ideologica e di partito.
La riforma Gelmini è uno strumento utile a scardinare un sistema scellerato fatto di privilegi, baronie e caste. Se finora i concorsi per i docenti avevano un esito scontato, con la riforma non sarà più così perché avremo un grande concorso nazionale con una commissione sorteggiata e non più eletta. La legge crea la figura dei giovani docenti a tempo che potranno essere confermati come professori se supereranno il concorso alla fine dei sei anni di contratto. Chi sostiene che ciò aumenterà il precariato dice il falso perché il limite dei sei anni mette un blocco alla “precarizzazione a vita” che contraddistingue l’attuale sistema. Il merito e la valutazione sono i principi cardine della riforma: lo stipendio dei docenti sarà legato al merito e ognuno di loro sarà giudicato dagli studenti; gli Atenei saranno valutati annualmente da un’Agenzia ad hoc e riceveranno una grossa quota dei finanziamenti in base ai risultati raggiunti. Per quanto concerne gli stanziamenti statali, è errato sostenere che diminuiranno perché saranno in linea con quelli del biennio 2007-2008 (7 mld di euro). Ed è sbagliato, altresì, sostenere che la legge tradisce le attese dei ricercatori perché per ogni dieci nuovi posti che si libereranno, solo due saranno destinati ai nuovi ingressi mentre gli altri otto serviranno a promuovere chi nelle Università lavora già. La riforma Gelmini, infine, apre finalmente gli Atenei ai privati e modifica la loro governance riducendo, ad esempio, il mandato dei Rettori che non sarà più a vita.
Questa è una riforma che può cambiare davvero le università italiane. Speriamo, pertanto, che la legge venga al più presto approvata dal Senato in via definitiva.
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ilprincipe il 3/12/2010 alle 10:13 | |